L’omelia dell’Arcivescovo Pino Caiazzo per le esequie di don Gino Galante nella Cattedrale di Matera

L’omelia dell’Arcivescovo Pino Caiazzo per le esequie di don Gino Galante nella Cattedrale di Matera

Questa mattina ci ritroviamo insieme, in questa Basilica Cattedrale, attorno alla mensa della Parola e dell’Eucaristia, con un senso di tristezza da una parte (tra le due mense c’è il feretro di D. Gino), dall’altra, animati dalla certezza della vita eterna nella quale è entrato, pieni di speranza e quindi di gioia, come d’altronde è stata la vita di Don Gino fino all’ultimo istante del suo percorso terreno.

La Parola che la Chiesa ci presenta in questo giorno è luminosa e rischiara la mente e il cuore. Una Parola efficace che, attraverso la stupenda immagine della pioggia e della neve, vivifica, irriga e feconda la nostra esistenza per diventare germoglio prima, spiga dopo, grano macinato e quindi farina, infine pane per sfamare l’uomo. Questa immagine ci fa capire una cosa molto semplice e sempre attuale: la Parola continua ad uscire da Dio per realizzare il suo progetto che è vita, fecondità, salvezza. In Gesù, Verbo del Padre, tutto si è compiuto. In Don Gino tutto si è compiuto!
Si, carissime EccellenzeMons. Michele Scandiffio, Mons. Rocco Favale, Mons. Umberto D’Ambrosio, Arcivescovo di Lecce, carissimi confratelli tutti nel sacerdozio, diaconi, consacrate e consacrati, popolo santo di Dio, tra le ultime parole che Don Gino mi ha sussurrato nell’orecchio ci sono state proprio queste: “Tutto è compiuto”.Alla vostra presenza si aggiunge quella spirituale di S.E. Mons. Salvatore Ligorio, di S. E. Mons. Vincenzo Orofino e di alcuni presbiteri che per motivi diversi si trovano lontani da Matera come Don Nicola Gurrado, Don Ennio Tardioli, Don Rocco Rosano.
Don Gino, come la terra, ha saputo accogliere i benèfici doni del cielo lasciandosi fecondare e divenendo capace di promuovere vita e gioia. Da quando l’ho conosciuto, ormai un anno, ho colto in lui qualcosa di speciale, di unico. Si avvertiva che ciò che animava la sua vita, facendolo rimanere sempre giovane, era proprio la Parola che ruminava quotidianamente, la pregava e, lui stesso, per tutti noi, è stato la bocca di Dio che ha parlato. Lo chiamavo “sorriso di Dio”. Un sorriso che la malattia e la sofferenza non sono stati capaci di spegnere.
Proprio qualche settimana fa, prima di celebrare l’Eucaristia a S. Pio X, mi disse che doveva parlarmi. Mi confidò del tumoreche ormai aveva invaso tutto il corpo, in metastasi. Mi chiese di non dire niente a nessuno, nemmeno ai preti, nonostante le mie insistenze per essere sostenuto nella preghiera. Due lacrime scesero sulle sue guance mentre il suo sorriso illuminava anche il dolore e lo anestizzava. Lacrime che hanno fecondato ulteriormente il suo ministero presbiterale fino alla fine, fino a quando, cosciente, ha potuto dire anche ai familiari: “Tutto è compiuto”!
Aveva scritto nel ricordino del suo 50° di sacerdozio, rivolgendosi a Maria di Nazaret, icona del sacerdote: Come Maria da Elisabetta il sacerdote esce e va ad amare, a servire, a portare Gesù al mondo perché “tutti siano uno”. Piedi scalzi su sentieri impervi e inesplorati, ma con occhi puntati su Colui che ti chiama. Infinitamente grato a Dio “canterò in eterno la sua misericordia”. Poche parole, intrise di Spirito Santo, che dicono il suo essere prete, vissuto con la sicurezza di appartenere e amare Cristo e la sua Chiesa.
Le parole del salmista, appena ascoltate, descrivono molto bene la vita sacerdotale di Don Gino, perché completamente immerso e conquistato dallo sguardo del Signore: “Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire. Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce”.
Nel brano del Vangelo abbiamo sentito Gesù che consegna la preghiera ai suoi discepoli, la preghiera che chiamiamo del Padre nostro. Una preghiera essenziale, fatta di poche parole ma di molte scelte di vita e di intimità con Dio. Una preghiera dove la volontà di Dio diventa il sigillo di una consegna della propria esistenza nelle sue mani. E’ stata proprio la preghiera il polmone che ha permesso a Don Gino di restare in profonda comunione col Signore e con se stesso. Sia io che i familiari (grazie per la vostra testimonianza e per come avete servito Don Gino senza lasciarlo mai un minuto solo) quando gli abbiamo chiesto di pregare, per quanto sofferente fosse, l’ha sempre fatto volentieri invocando l’aiuto della Mamma celeste Maria e la sua amata e Beata Chiara Luce Badano: “Lei è accanto a me e non mi lascia”, mi diceva. Nella preghiera, volgendo lo sguardo verso Dio ha saputo cogliere il senso profondo della sua esistenza terrena. Non ha chiesto a Dio di essere guarito ma di essere capace di portare la croce fino in fondo. Sull’altare della croce, nel letto dell’ospedale, è rimasto, contenendo il dolore fisico e stringendolo tra le mani, nonostante la poca lucidità. Non dimenticherò i momenti in cui, senza gridare, prendeva la sua testa tra le mani. Si coglieva il lancinante dolore che lo tormentava dalla testa ai piedi. Si è lasciato abbracciare dalla croce dello Sposo, Gesù Cristo, e sicuramente ha sperimentato quanto siano vere le parole dell’apostolo Paolo quando dice: “Sono stato crocifisso con Cristo. Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”.E sempre con un filo di voce mi diceva, con grande rispetto e amore: “Offro tutto a Dio, per lei, eccellenza, per i miei confratelli sacerdoti, per la Chiesa”.
Don Gino scelse la povertà vera da sempre. Chi è ricco di Dio non si lega ai beni materiali. “Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona» (Lc 16,13).Nessuno è esente da questo pericolo, nemmeno il prete. C’è sempre il pericolo che il “dio denaro” prenda il sopravvento sulla missione e che tutto si faccia in funzione del guadagno e non per amore. Essa diventa un idolo che domina le scelte di vita. Riporto un passaggio del testamento di Don Gino, che ho aperto domenica sera e letto. Ne riporto un passaggio: “Per quanto riguarda i beni materiali, muoio povero, perché avendo scelto fin dai primi anni di sacerdozio di vivere la povertà e la totale comunione dei beni nella branca dei sacerdoti diocesani dell’Opera di Maria (o Movimento dei Focolari), tutto ho dato, tutto ho ricevuto secondo i miei bisogni, nulla ho accumulato, nulla perciò ho da lasciare al di fuori dell’Opera di Maria, cui tutto appartiene. Infatti tolte le spese personali e quelle comunitarie del focolare sacerdotale di Matera, il mio superfluo mensile l’ho inviato perché servisse anche al sostentamento di sacerdoti poveri delle nazioni povere del mondo”. Questa libertà dai beni di questo mondo, da parte di Don Gino, è davvero un balsamo per tutti noi. Un incoraggiamento di come la felicità del cristiano non dipende dalle cose che si possiedono ma se si è posseduti dall’amore di Dio che feconda e dà vita. Questa è la vera ricchezza che non sarà mai tolta: lo Spirito Santo che ci abita.
Un ultimo pensiero. Don Gino fin da subito mi ha chiesto di pensare ad un nuovo parroco per S. Pio X. Lui avrebbe volentieri lasciato e, possibilmente, per non essere di intralcio al nuovo parroco, di essere mandato a servire Cristo e la Chiesa in un luogo diverso. Solo l’affetto e l’amore per Don Mimì (una piccola comunità sacerdotale che dopo 40 anni la morte sembra dividere) l’hanno distolto da questo pensiero accettando di essere nominato vicario parrocchiale di Don Rocco (grazie anche a te, carissimo per come l’hai accolto e soprattutto servito e amato in questo ultimo tratto della sua vita terrena). Ho colto in lui questa libertà interiore: “la Parrocchia non è mia! Sono prete per servire Cristo e la sua Chiesa. Non sono io che scelgo dove devo andare, quanto devo rimanere. L’unica cosa che chiedo è di don lasciare solo Don Mimì”.
Carissimo Don Gino, desidero, a nome mio personale e di tutti i presenti dirti: Grazie! Grazie perché sei stato prete prete. Grazie perché hai amato il tuo ministero sacerdotale. Grazie perché hai amato la tua Chiesa e i tuoi confratelli. Grazie perché sei stato uomo di preghiera e povero, guardando ai bisogni dei poveri. Grazie perché più che pensare a te stesso hai saputo guardare ai bisogni degli altri. Grazie per la tua ubbidienza alla Chiesa e alla Chiesa locale. Grazie per il tuo sorriso contagioso e disarmante. Ti affidiamo alla Madonna della Bruna. Sia lei, insieme alla Beata Chiara Luce Badano, ad accoglierti nel Paradiso e presentarti al suo Figlio Gesù perché tu possa godere per sempre la Vita Eterna nella quale hai sempre creduto. Amen.

+ Don Pino